La realizzazione di un impianto di produzione di biogas nell’area industriale La Martella di Matera danneggerebbe le aziende insediate nell’area a causa del rilevante impatto ambientale, con particolare riferimento alle imprese agroalimentari che utilizzano processi di lievitazione, che subirebbero le emissioni odorigene.
Il Presidente di Confapi Matera ha partecipato, lo scorso 2 febbraio, all’audizione delle Commissioni Ambiente e Urbanistica del Comune di Matera, in seduta congiunta e alla presenza del Sindaco, riscuotendo un’adesione trasversale, da parte dei consiglieri presenti, all’iniziativa giudiziaria intrapresa da alcune aziende aderenti a Confapi Matera, situate nella zona industriale La Martella.
L’iter amministrativo della centrale a biometano parte nel 2014 e comincia a prendere forma nel 2018, quando il Consorzio per lo Sviluppo Industriale assegnava il lotto all’impresa proponente. Dopo un iter travagliato, nell’ambito del quale il comune di Matera ha opposto sistematicamente il proprio diniego nelle conferenze dei servizi, seguiva a fine 2024 il rilascio dell’autorizzazione da parte della Regione, contro cui il gruppo di aziende di Confapi, supportate dall’Associazione Amici del Borgo, proponeva ricorso al Tar Basilicata, che tuttavia respingeva l’istanza. Avverso la sentenza del TAR, le imprese, in forza delle palesi violazioni di legge che hanno accompagnato la procedura autorizzativa, si apprestano a ricorrere al Consiglio di Stato, forti anche delle prese di posizione del Comune di Matera che ha manifestato la chiara intenzione di voler intervenire nel contenzioso amministrativo.
Ricordiamo che l’Amministrazione Comunale aveva rinunciato alla realizzazione di un impianto similare pubblico e che il Consiglio Comunale aveva espresso parere negativo alla realizzazione di qualsiasi impianto del genere, sia pubblico che privato. La Regione, poi, nel 2024 concesse l’autorizzazione a un impianto privato che non porterebbe alcun beneficio alla comunità; una vera e propria beffa per cittadini e imprese.
“Siamo fortemente contrari alla realizzazione di un impianto di biogas nell’area industriale La Martella” – dichiara il Presidente De Salvo. “Siamo stati costretti ad andare in giudizio; abbiamo perso in primo grado e adesso siamo pronti a proporre appello al Consiglio di Stato perché riteniamo che sia il Tar che la Conferenza di Servizi non abbiano preso in debita considerazione i gravi vizi di legittimità dell’atto amministrativo, specifico la violazione palese della legge regionale n. 35/2018”.
“Non siamo contrari alla produzione di biometano – prosegue De Salvo – che comunque rientra in un’ottica di economia circolare, ma crediamo che la salute dei cittadini e il rispetto delle leggi debbano avere la priorità su tutto. Riteniamo, infatti, che il sito individuato non sia idoneo perché troppo vicino al centro abitato e perché nell’area industriale La Martella sono presenti, al di sotto delle distanze minime fissate dalla legge, attività imprenditoriali del settore agroindustriale e sanitario che sarebbero inevitabilmente danneggiate dalla presenza dell’impianto a biogas, anche se i problemi connessi alla prossimità a un impianto di tale impatto riguardano molte altre aziende che operano nella zona industriale”.
È noto, infatti, che un impianto del genere produce impatti odorigeni che anche le più avanzate tecnologie non riescono a contenere. Per non parlare dell’effetto domino che sarebbe causato dall’attraversamento giornaliero dell’area industriale e delle vie di comunicazione alla stessa, da parte di centinaia di automezzi di trasporto di rifiuti, con effetti inquinanti tutt’altro che trascurabili. Il tutto in un’area che, come sanno bene anche i residenti della frazione de La Martella, ha già subito gravi disagi per anni a causa della discarica adiacente la zona industriale, attualmente chiusa.
Il solito dilemma tra salute e lavoro questa volta è di facile soluzione, essendo gli aspetti negativi di molto superiori a quelli positivi. La delocalizzazione dell’impianto, pertanto, oltre che rispondere a un obbligo normativo, costituirebbe l’unica soluzione possibile.
