Conversione in legge del decreto Sblocca Italia: per la Basilicata un panino avvelenato

Se qualcuno immaginava di poter barattare impunemente il titolo di Matera capitale europea della cultura per il 2019 con la liberalizzazione delle trivellazioni del territorio lucano, senza che la società civile si ribellasse, si sbagliava di grosso.

 

Per due motivi. Primo perché Matera probabilmente avrebbe vinto ugualmente. Secondo perché appare stridente il contrasto tra le scelte di una politica ondivaga che, da un lato sceglie di investire sulla cultura, il turismo e l’ambiente e su di un modello di sviluppo economico giustamente basato sulle piccole e medie imprese (comprese quelle che lavorano attualmente nelle attività estrattive), dall’altro svende il proprio territorio per ricadute economiche insignificanti, deturpanti dell’ambiente, dannose per la salute, praticamente un panino avvelenato in una regione affamata di ben altre attenzioni.

 

Del resto, il segno di come la politica abbia lavorato male in questa vicenda è dato anche dalla decisione del Comune di Taranto di opporsi al progetto per il trasporto del petrolio estratto in Basilicata.

 

Dopo la conversione in legge del decreto Sblocca Italia, Confapi Matera conferma il suo giudizio, cioè che si sia trattato di una vittoria di Pirro che esautora la Basilicata da ogni decisione sulle estrazioni petrolifere.

 

Le manifestazioni di sabato a Potenza e di domenica a Scanzano, il documento firmato da 71 associazioni culturali e socio-sanitarie e la presa di posizione dei vescovi lucani, la dicono lunga sulla mobilitazione della società civile, della gente, dei piccoli imprenditori.

 

Questi ultimi non si oppongono alle estrazioni petrolifere tout court, ma rivendicano di poter operare in un ambiente sano e soprattutto chiedono uno sviluppo equilibrato ed ecocompatibile, con una diversificazione delle attività che eviti l’errore fatto in passato con la monocultura del salotto. Con la differenza che esperti ex dirigenti dell’Eni hanno chiaramente dimostrato l’esiguità delle ricadute economiche ed occupazionali di una trivellazione selvaggia e non oculata.

 

Confapi Matera chiede che la Regione impugni la legge davanti alla Corte Costituzionale, per un’evidente illegittimità costituzionale di una norma che modifica la Costituzione con legge ordinaria, attribuendo allo Stato i poteri autorizzativi delle Regioni.

 

È fin troppo facile prevedere, infatti, che dopo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio le trivellazioni saranno praticamente fuori controllo. E in questo senso l’accelerazione e la semplificazione delle procedure in questa materia si scontrano con una complessità generalizzata, in tutti gli altri campi, della burocrazia. Con il paradosso di semplificare proprio laddove la delicatezza della materia imporrebbe una maggiore cautela.

 

Confapi Matera auspica che anche i consigli provinciali e comunali lucani si pronuncino contro questa legge, e che il Comitato di Matera 2019 si esprima a tutela della cultura e dell’ambiente.

 

Infine, anche gli altri aspetti della legge paiono fallaci. Il tetto massimo alle estrazioni petrolifere di 154mila barili giornalieri è un mero ordine del giorno che impegna il Governo senza tuttavia obbligarlo. Le royalties sottratte dal Patto di Stabilità sono soltanto quelle che matureranno sulle future estrazioni.

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